C’è una cosa che fino a poco tempo fa davamo per scontata: quando volevamo capire qualcosa di un’azienda, cercavamo il suo sito.
Digitavamo un nome su Google, aprivamo il risultato che sembrava corretto e cominciavamo a esplorare. Guardavamo la homepage, cercavamo la pagina dei servizi, provavamo a capire chi ci fosse dietro, dove si trovasse l’azienda, da quanto tempo operasse e se avesse già affrontato problemi simili al nostro.
Magari non leggevamo tutto. Spesso bastavano pochi minuti, qualche immagine, una pagina ben scritta o anche soltanto una sensazione generale per decidere se proseguire oppure chiudere.
Il sito era il luogo dell’incontro.
L’azienda preparava le informazioni, sceglieva come presentarsi e aspettava che qualcuno arrivasse. Il visitatore entrava, osservava e decideva.
Per anni abbiamo costruito il web attorno a questo passaggio.
Oggi, però, qualcosa sta cominciando a cambiare.
Sempre più spesso non cerchiamo più una pagina da leggere, ma una risposta già pronta. Non vogliamo necessariamente consultare dieci aziende, confrontare venti servizi e interpretare da soli informazioni spesso incomplete o contraddittorie. Formuliamo una domanda e ci aspettiamo che qualcuno faccia una prima selezione per noi.
Potremmo chiedere quale tipo di sito sia più adatto a un’impresa artigiana, quali elementi dovrebbe contenere il sito di uno studio professionale oppure quali aziende della nostra zona offrano un determinato servizio.
Invece di ricevere soltanto una serie di collegamenti, potremmo ottenere una sintesi, un confronto o una proposta già ordinata.
Il passaggio interessante è proprio questo: il sito continua a esistere, ma potremmo non essere più noi a visitarlo per primi.
Prima di noi potrebbe arrivare un sistema automatico incaricato di leggere, interpretare, selezionare e restituire soltanto le informazioni che ritiene più utili.
A quel punto, chi sta davvero incontrando l’azienda?
Quando qualcuno legge il sito al posto nostro
La trasformazione non riguarda soltanto l’intelligenza artificiale. Riguarda il modo in cui stiamo iniziando a delegare la ricerca.
In passato il motore di ricerca aveva un compito abbastanza chiaro: indicarci dove trovare le informazioni. Ci mostrava una lista di risultati e lasciava a noi il lavoro successivo.
Ora il confine si sta spostando.
Il sistema non si limita più a suggerire dove leggere. Legge, confronta e prova a rispondere.
È una differenza meno appariscente di quanto sembri, ma molto profonda. Se qualcuno elabora le informazioni prima che arrivino a noi, significa che una parte del rapporto tra azienda e cliente avviene fuori dal sito.
L’azienda ha pubblicato il contenuto, ma non controlla completamente il modo in cui verrà riassunto.
Ha spiegato il proprio servizio, ma non sa quali parti verranno considerate rilevanti.
Ha costruito una pagina, ma non è certo che quella pagina verrà mai aperta dalla persona interessata.
Questo non rende il sito inutile. Al contrario, potrebbe renderlo ancora più importante. Ma in un modo diverso da quello al quale siamo abituati.
Il sito potrebbe diventare la materia prima utilizzata da altri sistemi per costruire una prima immagine dell’azienda.
Ed è qui che la questione si complica.
Perché molte imprese conoscono perfettamente il proprio lavoro, ma non lo hanno mai descritto con sufficiente precisione.
Chi gestisce un’azienda sa che cosa fa ogni giorno. Conosce i clienti, i problemi ricorrenti, le differenze tra un intervento semplice e uno complesso, le richieste che può accettare e quelle che non rientrano nelle proprie competenze.
Sul sito, però, tutto questo spesso si riduce a poche formule generiche.
“Soluzioni innovative.”
“Servizi personalizzati.”
“Qualità e professionalità.”
“Esperienza al servizio del cliente.”
Non sono necessariamente affermazioni false. Il problema è che non aiutano a distinguere un’impresa da un’altra. Potrebbero appartenere a una web agency, a uno studio tecnico, a un’impresa edile, a un consulente o a un fornitore di servizi informatici.
Una persona può ancora interpretare il contesto. Può guardare le immagini, leggere tra le righe, aprire più pagine oppure telefonare.
Un sistema che deve selezionare rapidamente tra decine di aziende, invece, lavora soprattutto con ciò che riesce a riconoscere con chiarezza.
Se non trova una spiegazione precisa, non è detto che chieda chiarimenti.
Potrebbe semplicemente passare oltre.
Che cosa capisce davvero il web di un’azienda?
Questa è una domanda che oggi viene posta raramente.
Le aziende controllano il numero di visite, la posizione su Google, la velocità delle pagine e, nei casi migliori, il numero di richieste ricevute.
Ma quante verificano realmente quale idea dell’impresa emerge leggendo il sito dall’esterno?
Non quale idea vorrebbero comunicare.
Quale idea emerge davvero.
Un sito può essere elegante e non spiegare con chiarezza l’attività svolta. Può contenere molte pagine e lasciare senza risposta le domande principali. Può essere aggiornato tecnicamente, ma raccontare ancora un’azienda che nel frattempo è cambiata.
Capita spesso che un’impresa abbia ampliato i propri servizi, modificato il proprio mercato o sviluppato nuove competenze senza aggiornare il modo in cui si presenta online.
Chi entra in contatto diretto con l’azienda scopre la realtà attuale.
Chi legge soltanto il sito potrebbe trovarsi davanti una versione incompleta, semplificata o ormai superata.
Fino a oggi questa distanza poteva produrre una perdita di opportunità difficile da misurare.
Domani potrebbe produrre qualcosa di ancora meno visibile: un assistente digitale potrebbe non associare affatto quell’azienda alla richiesta dell’utente.
Immaginiamo una piccola impresa che negli anni ha sviluppato una forte specializzazione in un determinato settore, ma continua a descriversi genericamente come fornitore di “servizi completi”.
Per chi la conosce, quella competenza è evidente.
Per chi deve scoprirla attraverso il web, potrebbe non esistere.
Il problema non sarebbe la mancanza di capacità, ma la mancanza di informazioni comprensibili.
Lo stesso accade quando un sito accumula contenuti senza una vera gerarchia. Una pagina dice una cosa, un articolo ne suggerisce un’altra, la homepage presenta servizi non più centrali e la pagina “Chi siamo” è rimasta ferma a molti anni prima.
Un essere umano può cogliere la contraddizione e decidere di approfondire.
Un sistema automatico deve invece provare a ricostruire una versione coerente dell’azienda partendo da materiali che coerenti non sono.
Quale versione sceglierà?
Il sito potrebbe essere letto senza essere visitato
Per anni il successo di un sito è stato associato soprattutto al traffico.
Più visite significavano più persone esposte all’offerta dell’azienda. Da quelle visite potevano nascere richieste, telefonate, appuntamenti o vendite.
Era una relazione imperfetta, ma comprensibile.
Se il sito viene utilizzato per generare risposte altrove, questa relazione diventa più difficile da leggere.
Un contenuto potrebbe essere consultato senza produrre una visita diretta. Un servizio potrebbe essere citato in un confronto senza che l’utente apra la pagina. Un’azienda potrebbe entrare in una selezione preliminare senza vedere aumentare il numero degli accessi.
Potrebbe accadere anche il contrario: il sito potrebbe essere visitato da molti sistemi automatici, analizzato e archiviato, senza che questo si traduca in un reale interesse commerciale.
Le visite, quindi, potrebbero raccontare sempre meno da sole.
Un’impresa potrebbe ottenere meno clic, ma comparire più spesso nelle risposte generate.
Oppure potrebbe mantenere un buon traffico tradizionale senza essere quasi mai presa in considerazione nei nuovi percorsi di ricerca.
Come si misurerà questa differenza?
Come sapremo se un contenuto è stato utile anche quando non ha prodotto una visita?
Come capiremo se l’azienda non è stata proposta perché poco pertinente, perché descritta male oppure perché una fonte esterna riportava informazioni differenti?
Sono domande ancora aperte.
E probabilmente non esisterà una risposta semplice.
Cosa accade quando il cliente arriva già informato?
C’è poi un altro aspetto.
Anche quando l’utente continuerà a visitare il sito, potrebbe farlo in una fase diversa rispetto al passato.
Potrebbe arrivare dopo aver già ricevuto una sintesi, confrontato alcune alternative e ridotto il numero delle aziende da valutare.
Non entrerà più necessariamente per capire da zero che cosa facciamo.
Entrerà per verificare se ciò che ha letto è credibile.
Controllerà se il sito appare aggiornato, se le informazioni sono coerenti, se l’azienda esiste davvero e se trasmette la competenza che le è stata attribuita.
La visita potrebbe diventare meno esplorativa e più severa.
Un sito approssimativo potrebbe smentire in pochi secondi una buona presentazione ricevuta altrove.
Una pagina trascurata, informazioni incomplete, testi evidentemente generici o una struttura poco affidabile potrebbero interrompere il percorso proprio quando il cliente sembrava più vicino alla scelta.
Il sito non perderebbe quindi il proprio ruolo.
Lo cambierebbe.
Da luogo della prima scoperta potrebbe diventare luogo della verifica.
E la verifica, in molti casi, conta più della prima impressione.
Un assistente può suggerire un’azienda, ma difficilmente potrà sostituire completamente il bisogno di controllare chi c’è dietro, quali lavori ha realizzato, quali responsabilità assume e come comunica.
Per questo sarebbe sbagliato concludere che l’intelligenza artificiale renderà superflui i siti web.
La questione non è la loro scomparsa.
La questione è capire che funzione avranno.
Un sito per le persone e un sito per le macchine
Si potrebbe pensare che preparare un sito a essere letto dai sistemi automatici significhi scrivere per le macchine invece che per gli esseri umani.
È un rischio reale, soprattutto quando una nuova tecnologia viene trasformata rapidamente in una moda commerciale.
Ogni cambiamento porta con sé nuove sigle, nuovi servizi e nuove promesse. Si comincia a parlare di ottimizzazione per l’intelligenza artificiale, visibilità nei motori generativi e contenuti costruiti per essere citati.
Ma prima di inseguire nuove tecniche, sarebbe utile osservare una cosa più semplice.
Molti elementi che aiutano una macchina a comprendere un sito aiutano anche una persona.
Una pagina con un titolo chiaro è più facile da interpretare per entrambi.
Una descrizione precisa del servizio evita equivoci sia al visitatore sia al sistema automatico.
Un’organizzazione coerente delle informazioni permette a tutti di orientarsi meglio.
Contenuti aggiornati, riferimenti corretti, esempi concreti e linguaggio comprensibile non sono accorgimenti inventati per l’intelligenza artificiale.
Sono le basi di una buona comunicazione.
Il futuro potrebbe quindi non richiedere siti completamente diversi.
Potrebbe semplicemente rendere più evidenti i difetti che già oggi rendono molti siti poco utili.
Un sito costruito intorno a slogan vaghi era debole anche prima.
Un sito abbandonato da anni era già poco affidabile.
Una homepage che non spiegava chiaramente l’attività lasciava già perplesso il visitatore.
La differenza è che domani questi limiti potrebbero impedire all’azienda di essere compresa prima ancora che una persona decida di visitarla.
Chi controllerà la versione digitale dell’impresa?
Il sito non è l’unico luogo nel quale esistono informazioni su un’azienda.
Ci sono schede locali, directory, social network, recensioni, articoli, portali di settore, vecchi comunicati, documenti e pagine create nel corso degli anni.
Queste informazioni possono essere corrette, incomplete oppure contraddittorie.
Un indirizzo può essere cambiato.
Un numero telefonico può non essere più attivo.
Un servizio può essere stato eliminato.
Un prezzo può essere rimasto online anche quando non è più valido.
Un vecchio articolo potrebbe descrivere un’offerta che l’azienda ha completamente modificato.
Quando una persona incontra una contraddizione può decidere di controllare il sito ufficiale o contattare direttamente l’impresa.
Un sistema automatico potrebbe invece confrontare diverse fonti e stabilire autonomamente quale considerare più attendibile.
Ma in base a quali criteri?
Il sito ufficiale avrà sempre maggiore importanza?
Le recensioni peseranno più delle dichiarazioni dell’impresa?
Un portale molto conosciuto verrà considerato più affidabile di una pagina aziendale aggiornata di recente?
E cosa accadrà quando più fonti riporteranno versioni differenti?
In questo scenario il sito potrebbe assumere un ruolo che molte imprese non gli attribuiscono ancora: diventare il punto ufficiale dal quale l’identità digitale viene definita e aggiornata.
Non soltanto uno strumento promozionale, quindi, ma una fonte autorevole sulla quale l’azienda mantiene il controllo.
Il luogo nel quale chiarire chi è, che cosa fa, dove opera, come lavora e quali informazioni devono essere considerate valide.
Questo richiede una gestione diversa.
Non basta pubblicare un sito e considerarlo concluso.
Occorre verificare periodicamente che rappresenti ancora l’impresa reale.
E se il sito iniziasse anche ad agire?
Finora abbiamo immaginato sistemi che leggono e riassumono.
Ma cosa accadrà quando saranno in grado di compiere azioni?
Potremmo chiedere a un assistente di trovare un professionista, raccogliere alcune informazioni, verificare la disponibilità e prenotare un appuntamento.
Oppure di individuare tre fornitori, richiedere una prima quotazione e confrontare le risposte ricevute.
In quel caso il sito non sarebbe soltanto una fonte da consultare.
Diventerebbe una parte operativa del processo.
Un sistema dovrebbe riuscire a capire dove trovare le informazioni, come inviare una richiesta, quali dati sono necessari e quali condizioni devono essere rispettate.
I moduli incomprensibili, i percorsi inutilmente complessi e le pagine costruite soltanto per impressionare potrebbero diventare ostacoli ancora più evidenti.
Anche qui non sappiamo quanto velocemente cambieranno le abitudini.
Non è necessario immaginare un futuro nel quale ogni decisione verrà affidata a una macchina.
È però ragionevole pensare che una parte delle attività ripetitive, delle ricerche preliminari e dei confronti verrà progressivamente delegata.
Se questo avverrà, il sito dovrà essere in grado non soltanto di raccontare l’azienda, ma anche di dialogare con strumenti che non navigano come una persona.
Non significa trasformarlo in qualcosa di freddo o impersonale.
Significa evitare che la sua struttura diventi un ostacolo.
La domanda non è se i siti spariranno
Quando nasce una nuova tecnologia, la previsione più semplice è sempre quella della sostituzione.
Il nuovo strumento eliminerà il precedente.
La televisione avrebbe dovuto cancellare la radio. Internet avrebbe dovuto cancellare la televisione. I social network avrebbero dovuto rendere inutili i siti web.
In realtà, quasi sempre, i mezzi cambiano funzione.
Alcuni perdono centralità, altri si trasformano, altri ancora diventano più importanti proprio perché offrono qualcosa che i nuovi strumenti non possono sostituire completamente.
Il sito web potrebbe seguire lo stesso percorso.
Forse verrà visitato meno spesso nelle prime fasi della ricerca.
Forse molte informazioni verranno lette e sintetizzate altrove.
Forse l’utente arriverà soltanto dopo aver ricevuto un primo orientamento.
Ma proprio per questo il sito potrebbe diventare il luogo nel quale l’azienda dimostra di essere reale, coerente e riconoscibile.
Non una semplice raccolta di pagine.
Non una brochure digitale lasciata online per anni.
Non un obbligo da assolvere perché “ormai tutti hanno un sito”.
Potrebbe diventare il riferimento dal quale persone e sistemi ricavano la versione più affidabile dell’impresa.
Le domande che iniziano a emergere
Non sappiamo ancora come navigheremo tra cinque o dieci anni.
Potremmo continuare ad aprire pagine attraverso il browser, ma affidarci sempre più spesso ad assistenti capaci di anticipare una parte del lavoro.
Potremmo visitare meno siti, ma attribuire più importanza a quelli che decidiamo di aprire.
Potremmo ricevere risposte senza sapere esattamente quali pagine siano state consultate per costruirle.
E potremmo scoprire che una parte della reputazione digitale dell’azienda viene formata prima ancora che il cliente ne legga direttamente una parola.
Vale allora la pena iniziare a interrogarsi.
Il sito descrive davvero l’impresa attuale oppure una sua versione ormai superata?
Le pagine spiegano chiaramente cosa facciamo oppure si affidano a formule che potrebbero appartenere a qualunque concorrente?
Le informazioni importanti sono facili da trovare?
Un sistema automatico riuscirebbe a distinguere l’azienda da altre apparentemente simili?
Troverebbe elementi sufficienti per proporla?
Oppure leggerebbe molte parole senza capire perché dovrebbe sceglierla?
E se una persona ricevesse una descrizione del nostro lavoro senza visitare direttamente il sito, quale immagine ne ricaverebbe?
Corretta?
Incompleta?
Generica?
Diversa da quella che vorremmo trasmettere?
Forse il sito web del futuro continuerà a essere visitato.
Ma non sarà necessariamente quello il primo momento in cui qualcuno entrerà in contatto con l’azienda.
Prima potrebbero arrivare motori di ricerca, assistenti, applicazioni e sistemi incaricati di interpretarne i contenuti.
La domanda, quindi, non sarà soltanto quante persone sono entrate nel sito.
Sarà capire chi lo ha letto, che cosa ha compreso e quale decisione ha preso sulla base di quelle informazioni.
E potremmo accorgerci che, prima di essere scelti dalle persone, dovremo riuscire a non essere fraintesi dalle macchine.


